Per il Mediterraneo la crisi climatica non è solo una minaccia da contenere, ma l’occasione per trasformare un rapporto storicamente segnato da asimmetrie e dipendenze in un sistema di interdipendenza più equilibrato tra le due sponde. A sostenerlo è Grammenos Mastrojeni, diplomatico italiano ed ex Senior Deputy Secretary General del Segretariato dell’Unione per il Mediterraneo, che in un’intervista con Focus Europe fa il punto su una regione in cui le crisi globali si intrecciano e diventano visibili.
Il diplomatico sarà tra i relatori della nuova edizione dell’Earth Day Med, il primo Festival del Clima del Mediterraneo, in programma dal 18 al 22 aprile a Palermo. L’evento è promosso da Fondazione Studio Rizoma in partnership strategica con ECCO, il think tank italiano per il clima, Fondazione Heinrich Böll, Università degli Studi di Palermo e il Centro di Sostenibilità e Transizione Ecologica di Ateneo.
Il cambiamento climatico come leva di “riequilibrio”
“Quando si parla di Mediterraneo, si parla di un luogo di ricchi e poveri, con molta poca integrazione e anche con dinamiche demografiche che sono opposte fra la riva sud e la riva nord. Questo crea di per sé tutti i germi dell’instabilità e del conflitto”, afferma Mastrojeni. Per il diplomatico è dentro questa cornice che il cambiamento climatico agisce come moltiplicatore di vulnerabilità, ma anche come possibile leva di riequilibrio.
“La regione mediterranea è la seconda per velocità di riscaldamento e il Mar Mediterraneo è quello che si riscalda più velocemente di tutti”, precisa Mastrojeni, sottolineando che a ciò si aggiungono una serie di fragilità che da sempre esistono a causa delle differenti dinamiche che caratterizzano le due sponde, ma che, allo stesso tempo, rappresentano anche una “opportunità”.
Come ricorda il diplomatico, normalmente tutte le risorse che non sono disponibili in maniera equa a tutti quanti, di solito sono nocive per la natura, “semplicemente perché la natura si è strutturata in un equilibrio complessivo”. Al contrario, le risorse rinnovabili tendono invece a essere disponibili in maniera tale da beneficiare tutti quanti, costruendo un’interdipendenza.
Nel suo ragionamento, quindi, la transizione energetica mediterranea non può essere pensata come un processo unilaterale, né come una semplice estensione delle politiche europee verso Sud. “L’Europa vuole decarbonizzare al 2050: quantitativamente è impossibile senza contare sul potenziale, per esempio, solare della sponda sud o eolico dei Balcani”. E ancora: “questi potenziali a loro volta non potrebbero svilupparsi, non ci sarebbe sufficiente finanza se puntassero solo a mercati interni”, da cui l’idea di un’interdipendenza capace di generare insieme “interdipendenza e sovranità”. Le rinnovabili, osserva, hanno anche un altro tratto: “sono declinabili sul piccolo villaggio che non è connesso alla rete”.
Il diplomatico cita in merito l’Iniziativa transmediterranea di cooperazione in materia di energie rinnovabili e tecnologie pulite, meglio nota come T-Med, “radicata in un consenso che si è formato all’interno dell’Unione per il Mediterraneo” e che punta a promuovere un’economia blu sostenibile e rigenerativa, a sostegno della transizione energetica, puntando a sbloccare il vasto potenziale di energie rinnovabili della regione.
Su questa base, Mastrojeni legge anche il nuovo Patto per il Mediterraneo lanciato nell’autunno del 2025 dall’Unione europea e dai partner regionali come un passaggio potenzialmente rilevante. “È un grande passo in avanti, perché si parla di un patto piuttosto che di un approccio generoso, ma forse un po’ paternalista del Nord verso il ‘povero’ Sud”. Il significato, nelle sue parole, è quello di una “corresponsabilità”, di una “co-ownership nell’interesse di tutti quanti”. Per Mastrojeni il cambiamento climatico, anche in questo caso, non crea qualcosa di nuovo, “ma mette palesemente in evidenza delle sinergie che ci sono sempre state”.
Ripensare l’approccio alle risorse alimentari e idriche
Questo vale anche per la sicurezza alimentare e per l’adattamento agricolo. “Noi, Europa del Sud, entro una quindicina d’anni avremo un clima che non conosciamo, che non sappiamo gestire, ma che i nostri fratelli del Sud conoscono perfettamente. E hanno il patrimonio fitogenetico adatto a questo clima che noi invece non abbiamo”. A fronte di ciò, secondo il diplomatico, è “arrivato il momento di valutare, sopra le logiche di mercato, quali sono le sinergie da valorizzare piuttosto che affidare tutto a dei rimescolamenti guidati dalla concorrenza”.
In una regione dove vivono oltre 510 milioni di persone, questi cambiamenti non restano confinati alla sfera ambientale. La pressione sull’acqua è già oggi strutturale in gran parte dell’Europa meridionale e, secondo l’Agenzia europea dell’ambiente, nel 2023 la scarsità idrica ha interessato il 28 per cento del territorio UE e il 32 per cento della popolazione, con livelli particolarmente elevati proprio nel Sud Europa.
Allo stesso tempo, l’innalzamento del livello del mare — circa 6 centimetri negli ultimi vent’anni nel Mediterraneo, con proiezioni fino a 40-100 centimetri entro il 2100 — espone sempre di più città, infrastrutture e attività economiche costiere a erosione, salinizzazione e alluvioni.
In merito, Mastrojeni contesta l’idea che la cooperazione internazionale sia necessaria per l’energia ma non per le risorse idriche. “C’è l’impressione che sull’energia sia necessaria la cooperazione internazionale, mentre sull’acqua la responsabilità sia demandata ai singoli Paesi”, ma “è una percezione assolutamente sbagliata”. La crisi, sottolinea, investe entrambe le sponde. A nord, spiega, vanno in crisi le cosiddette “water towers”, cioè i sistemi naturali di accumulo e rilascio dell’acqua legati a neve e ghiaccio; a sud, invece, pesa “l’avanzare della cella di Hadley, che porta a un clima più siccitoso”.
Il punto di contatto tra le due rive, però, è ancora un altro. “Nord e sud sono accomunati dalla minaccia più grande di tutte: il fatto che il Mediterraneo sia il mare che si scalda più velocemente, è sia anche quello che si innalza più velocemente per dilatazione termica”. Da qui discende un rischio molto concreto: “le coste, e specialmente i delta dei fiumi, sono soggetti a salinizzazione rapidissima”.
Mastrojeni cita esplicitamente il caso del fiume Rodano, la cui foce situata nella regione francese della Camargue assiste a un aumento delle intrusioni saline, e soprattutto quello del Nilo. Secondo un documento della Banca mondiale pubblicato nell’aprile 2024, quasi il 15% delle terre arabili più fertili del delta del Nilo risultava già colpito negativamente dall’innalzamento del mare e dall’intrusione salina, in un’area da cui dipende circa metà della produzione agricola egiziana.
In questo quadro, il diplomatico sottolinea che si prevedono fino a 250 milioni di persone nel Mediterraneo che saranno colpite in futuro da scarsità idrica, ovvero meno di 1.000 metri cubi di acqua disponibile per abitante all’anno.
Alle logiche di scarsità, Mastrojeni affianca però un’altra chiave di lettura, che giudica ancora più importante. “Tutta la questione è normalmente analizzata in termini di scarsità. E un aumento di scarsità ci sarà soprattutto sulla sponda sud, ma il vero problema non è quello, il vero problema è la randomizzazione”.
In altre parole, “un clima più energetico non porta necessariamente a una scarsità idrica, ma a una impossibilità di previsione”. E questo, prosegue, cambia tutto: “se non si ha più contezza di quando piove non è più possibile pianificare la semina”. Lo stesso problema, osserva, riguarda anche chi gestisce grandi reti idriche: “anche il gestore dell’acquedotto di New York, che non è un villaggio rurale fragile, se non sa quando sono innevati gli Appalachi non può pianificare la distribuzione”.
Preparare meccanismi di resilienza
La risposta, secondo il diplomatico, non può limitarsi alle grandi opere o a una lettura emergenziale. “Dobbiamo preparare dei meccanismi di resilienza che non sono soltanto verso la siccità, ma che sono atti ad assorbire degli eccessi imprevedibili nel tempo, che possano assorbire e valorizzare l’improvvisa alluvione per poi riciclarla nel momento di siccità”. Le soluzioni, dice, sono “infrastrutturali”, ma anche “nature-based”. E qui il richiamo è diretto: “necessariamente dobbiamo rinaturalizzare i nostri territori, perché questa è la difesa migliore, è allo stesso tempo una forma di mitigazione, di adattamento e di resilienza molto efficace e molto democratica”.
Mastrojeni rivela che qualcosa, pur lontano dai riflettori, si stia già muovendo, precisando che, a livello di autorità locali, enti di bacino e altri decisori, è iniziato un grande scambio di conoscenze. Uno scambio che, a suo giudizio, dovrebbe combinare “non solo le conoscenze dello ‘splendido’ nord che ha il computer che regola i deflussi, ma anche quelle conoscenze molto pratiche” delle società che convivono da secoli con climi più aridi. Ricorda, a questo proposito, che “gli arabi con i qanat facevano fiorire giardini nel deserto”.
Intendere la transizione in modo meno schematico
Nell’intervista c’è spazio anche per una riflessione sul rallentamento europeo rispetto al Green Deal che nella seconda amministrazione guidata da Ursula von der Leyen sta assistendo a un approccio più orientato a proteggere la competitività industriale e la sostenibilità sociale.
Secondo Mastrojeni, si tratta di una fase di assestamento. “Credo che faccia parte della natura delle cose. La sinusoide, la cui ampiezza va a diminuire, è il meccanismo di fine tuning normale di qualsiasi cosa”. Anche la cosiddetta “just transition”, a suo avviso, va intesa in modo meno schematico: “Una transizione giusta, per esempio, è considerare che se si togliesse improvvisamente una risorsa come il gas a certi Paesi, in linea di principio sarebbe positivo per la decarbonizzazione, ma con quale risultato? Se si mandano a casa le persone il cui reddito dipende dal gas, si creano delle tensioni che generano ancora più emissioni di quelle che si sono tolte”.
Da qui l’idea che la transizione richieda tempo, adattamento e una ricalibratura politica continua. “È necessario un processo di adattamento culturale, un processo di comprensione dei benefici”, sostiene il diplomatico, ricordando che “i nostri avi sapevano perfettamente che la foresta non era solo una bellezza, ma forniva anche molti servizi. Noi ce ne siamo dimenticati”. Per questo, conclude, è “solo normale che questa nuova scelta proceda con questa prima fase oscillante”, finché non si troverà “l’equilibrio giusto che tutela gli interessi più immediati, più percepibili, mentre crea la tutela degli interessi di più lungo termine, più strutturali”.

